Il soccorso ai tempi dei social Aprile 3, 2026 – Posted in: Uncategorized

La nostra società, erede ingrata di cattolicesimo sociale, familismo, grumi di feudalesimo e istanze socialiste, ha offerto da sempre contesti in cui le persone sono abituate a prestare la propria opera lì dove c’era bisogno, sia che lo decidesse una comunità, lo Stato, un’opera pia o una confraternita. L’aiuto non si è mai strutturato in organizzazioni private o privatistiche in senso stretto, poiché qui da noi non è stato possibile trarre un profitto dalle catastrofi o dalle emergenze. La Costituzione cha formulato arginanti precisazioni e l’istituzione del servizio sanitario nazionale assume tutte le competenze in termini di linea operativa, stipendi, rimborsi e quant’altro. Una realtà certamente figlia della mancata rivoluzione borghese di questo paese, che ha da sempre stentato, almeno sulla carta, a saturare ogni settore con il gioco della domanda e dell’offerta, del profitto, e quindi dello sfruttamento. Ma se per decenni hanno imperversato le istanze dei proletari, degli operai, degli sfruttati, e quindi la fabbrica, la piazza. Se la politica assorbiva la maggior parte dell’impegno sociale e intellettuale di questo paese al fine di costruire una società fondata su un modo di produzione alternativo, più giusto, schiacciato sulle rivendicazioni degli ultimi che non dai privilegi dei pochi, nello stesso tempo, il fenomeno del volontariato continuava a farsi breccia fra le classi, attraverso la nascita, dalla seconda metà dell’800, di multiformi associazioni presenti via via sul territorio. La situazione di fatto impose nei primi anni novanta alla formalizzazione della nascita del volontariato sociale, con una prima legislazione del settore. Questo sdoganamento produsse l’esplosione del cosiddetto Terzo Settore, la liberalizzazione del “senza fine di lucro” e le forti agevolazioni nei confronti della costellazione di cooperative sociali e associazioni di tale ambito. Fino all’arrivo delle Fondazioni, divenute nel tempo il principale strumento di finanziamento del settore, con tutte le implicazioni politiche e finanziarie del caso. La realtà del volontariato ha di fatto dirottato una massa di persone dalla strada, dalle campagne, dai piccoli borghi e dalle periferie, fin dentro una comunità associativa, ormai presente capillarmente in tutto il territorio nazionale, sostituendo o comunque limitando la presenza dei “vecchi” ritrovi: la sezione del partito, il centro sociale, il collettivo politico. Nasce nella stesso tempo una sorta di estensione della vita domestica, della cultura piccolo-borghese, del disagio delle relazioni umane e dell’individuo rispetto ad una realtà totalmente assorbita dall’alienazione dei social media, che si scontra e contamina ache coloro che cercano di resistere invano ad una “reductio ad spectaculum” che sembra non lasciare scampo. Quest’ultimo aspetto sembra pervadere li vicende dei personaggi dell’ultimo libro di Andrea Cardoni “La parte migliore del paese” edito da Fandango Libri alla fine del 2025. Romano, antropologo di formazione, cooperante decennale in Tanzania, responsabile della comunicazione Anpas nazionale e redattore per diverse riviste cartacee e digitali di approfondimento del terzo settore, Andrea è un archivio vivente di testimonianze, aneddoti e esperienze del mondo del volontariato sociale. Attento osservatore delle modificazioni dei linguaggi soprattutto delle giovani generazioni, ne registra gli stereotipi, i gerghi e le contaminazioni dei social network. Attraverso una carrellata di personaggi, sembra esaurirne il tema, ricostruendo abilmente una realtà associativa fatta da multiformi soggetti, ognuno con le sue specificità, aspirazioni e finalità. Ne consegue una satira, a tratti sarcastica, a tratti comica, che gioca con i paradossi dell’individuo a contatto con lo spazio associativo. Persone con le proprie debolezze e i propri punti di forza spesso ribaltati. Relazioni soprattutto, dove il privato e il pubblico si compensano o si scontrano, come uno scambio tra bassa e alta entropia di cui non conosciamo il verso e la direzione. Troviamo allora il protagonista, Mattia Taidelli, un giovane filmaker che affronta le relazioni con un “prendere atto”, testimone inerme del destino suo e degli altri, una sorta di angelo della storia benjaminiano assorbito dalla società dello spettacolo, abbiamo Valeria, la bella convivente borghese che assapora non troppo da vicino il mondo degli sfruttati registrando nei social il “folclore” del disagio che non aveva notato fino a ieri. Ci divertiamo con Operativo 24, un soccorritore con gli occhiali da sole a goccia anche al buio, che vive il volontariato come un reduce della guerra del vietnam e un ispettore Callaghan. Un microcosmo insomma dove si incontrano, quasi sempre senza capirsi e senza ascoltarsi, i diversi io e quasi mai un tu, anche nel caso di Elena, lesbica militante radicale che alla fine, insieme a tutti gli altri, convergono nello show conclusivo a cui ognuno, a proprio modo, si arrovellano per dichiararsi presenti. In uno stile accuratamente calato nell’incontro-scontro inter-generazionale, Andrea sembra catapultare il lettore in una dimensione che non fatica a sentire propria, o comunque riconoscibile nella costellazione di relazioni caotiche degli anni che stiamo vivendo.

Libreria Ferlinghetti @2026